Passa ai contenuti principali

THE SHAPE OF WATER - GUILLERMO DEL TORO




Nella sua torbidezza salmastra, tutta giocata su queste gradazioni lagunari del verde, la love story di Del Toro calca sentieri palustri della poesia, in cui il sentimento va di pari passo alla sensazione. C’è difatti un paradosso dialettico costante, tra garbo e nefandezza, che tutto sommato riescono a coesistere, non senza ripercussioni sull’impatto generale dell’opera. A un certo metalinguismo - in un paio di episodi particolarmente riuscito - si alterna una declinazione splatter di serie B, cruda ed eccessiva. Se, quindi, la chimera mostruosa (identità fantastica recuperata, con nostalgia, dall’horror anni ’50) non può che rapportarsi con un’architettura decadente e di antico fasto come un cinema - curiosamente posto sotto l’appartamento di Elisa - colpita direttamente dal fascio di luce della proiezione, sancendo la sua natura di rêverie e la qualità mitopoietica del cinema, allo stesso modo, tramite un processo di scarnificazione linguistica del cinema - che sacrifica il colore,a favore del B/N, e riattiva il verbo - la protagonista muta, può essere in grado di concedersi uno sketch musicale che reinveste il suono, e quindi la parola, della sua autarchia espressiva. Dall’altra, però, sul piano narrativo, la contaminazione dell’orrido e l’adesione all’istanza drammaturgica dell’happy ending (vagamente alterato dal sangue), nonché all’antagonismo più atavico (il colonnello Strickland), tradiscono uno schematismo disfunzionale che riconduce il post-modernismo, o semplicemente l’ampia portata metaforica del racconto, a un struttura decisamente più “classica” e collaudata. Resta, all’attivo, un’interessante aurea erotica che rilancia il discorso semantico dietro l’immagine dell’acqua: sostanza in grado di generare molteplici possibilità di senso, di contenere corpi che danno forma e opportunità di sintesi al cinema e alle sue figurazioni.

💧💧💧

Commenti

Post popolari in questo blog

VICE - ADAM MCKAY

A ggirando il rischio del didascalismo, vagamente episodico e nozionistico, del film biografico medio, McKay trascende il genere e ne amplifica la portata, indagando anche su mezzi e linguaggio - quindi sulle possibilità - del cinema, svincolato da ogni etichetta. Sta qui la capacità di collezionare una serie di suggestioni e associazioni che - come ne La Grande Scommessa - si avvale di un lavoro di montaggio (ad opera di Hank Corwin) massiccio e sofisticato, tutto votato alla ricerca di un “senso”, di significato. È difatti a partire da una forte dialettica tra dispositivo e soggetto che il metalinguaggio si fa particolarmente gustoso, rasentando a tratti anche la poesia (ad esempio in una significativa corrispondenza d’immagini tra il discorso di Bush Jr. e una famiglia irachena sotto ai bombardamenti). In questo quadro sui generis perfino un espediente scontato come il voice over si dimostra, infine, veicolo di un’ ironia affilatissima. Ma il film è anche suo: il Cheney di...

CALL ME BY YOUR NAME - LUCA GUADAGNINO

C iò che noto è che nel film di Guadagnino c’è questo desiderio assopito, addomesticato che pure quando esplode ha la seducente e filtrata trasparenza di un riverbero. C’è questa eco garbatamente lasciva, una melodia remota che richiama il dionisiaco, sollecitandolo. E poi c’è questa bellezza mai austera della natura, con tutto il suo tessuto prezioso di simboli e segni. Ci sono corpi bagnati di luce o scrutati nella penombra delle persiane accostate, quelli che risorgono dalle acque, metalliche reliquie di un aureo mondo inabissato. C’è il capriccio implacabile dell’adolescenza, lo smarrimento dei primi sussulti; l’Eden placido e rigoglioso della giovinezza, in cui consumare i primi frutti succosi o bagnarsi nelle acque fresche di una fonte quasi metafisica. Nulla dello spirito del bellissimo racconto di Aciman si è perso, anzi. Guadagnino restituisce un’attinenza quasi tattile alle cose, una riverenza al mondo da grande esteta e autore (i cui maestri sono ben noti) qu...