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BIRDBOX - SUSANNE BIER



Proseguendo sulla scia degli horror sulla privazione dei sensi, di recente ripreso da A Quiet Place, BirdBox - tratto dal romanzo di Josh Malerman - concilia piccole pretese e mero intrattenimento ridimensionato al piccolo schermo (quello via Netflix). La Bier ci mette giusto il mestiere e opera con approssimazione: quanta sveltezza nel prologo, quanta inconsistenza di sguardo sui personaggi di contorno! Come con la goffa Paulson, nei disastrosi minuti iniziali, o il poco aderente Malkovich, che nella parte proprio non riesce a entrare. Fatta eccezione di un finale votato a un rassicurante sentimento quasi ecumenico - che non è comunque così male come dicono - l’etica del racconto è poi di ambiguo orientamento: i pazzi, che di fatto non sono quelli “pirandelliani”, sono davvero cattivi e la loro esenzione dalla realtà più accreditata va a discapito di tutti gli altri; la loro ricerca della verità, quella che alcuni “dotti” del pensiero avvaloravano come libertà, pura e autentica, non suscettibile alle restrizioni sociali, diventa qui costrizione integralista volta al genocidio della massa (quella esclusa dagli istituti psichiatrici). Perfino il discorso sulla maternità - che una come la Bier, prelevata con prepotenza dal cinema autoriale (nord-)europeo e trapiantata con insuccesso a Hollywood, dovrebbe saper maneggiare - annaspa nel liquido amniotico e sul letto di un fiume, alla ricerca di un appiglio (che poi difatti trova) che sia umanamente tollerabile, accarezzando solo l’idea di una risoluzione che possa essere non facile e politicamente scorretta (il sacrificio di uno dei due bimbi). Le improbabilità comunque si sprecano - non che ci aspettassimo diversamente, con un soggetto tanto incline comprensibilmente all’inverosimiglianza, sia chiaro - e la similarità ad altri prodotti di genere (prima di tutto E Venne Il Giorno di Shyamalan) fanno sì che lo smalto si perda anche troppo presto; ma la Bullock, probabilmente unica reale nota positiva, condiziona bene l’intreccio, quasi lo addomestica tramite una performance calibrata e suscettibile all’imprevisto (anche di emozione). Trent Reznor e Atticus Ross, alle musiche, lavorano per sottrazione, puntando più alle atmosfere che a un reale score: una scelta condivisibile seppur poco incisiva. Ma siamo sinceri, di tutta l’operazione valgono più i meme che impazzano sul web: quelli davvero, in molti casi, graffianti e attuali.

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